“Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”

“Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando”

Questo dice Gesù nella Parola di oggi (Giovanni 15,12-17). Ma si possono considerare amici coloro i quali lo sono solamente se fanno qualcosa che “è comandato” da qualcuno?  La parola di oggi ci interroga e chiederemo lumi ad un Gesuita.

Meditazione per il 7 Febbraio 2011, a cura di Regnum Christi

La via verso Gesù

Vangelo

Mc 6,53-56

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Lettura

Il Vangelo di oggi ci mostra come un’istantanea della normale quotidianità di Gesù. I miracoli narrati in modo particolareggiato nei capitoli precedenti evidenziano i dettagli delle singole guarigioni. Qui, invece, l’evangelista ci mostra in generale quello che faceva Gesù. Dovunque trovava malati da guarire. Non chiedevano tanta attenzione, ma solo di potergli toccare un lembo del mantello per guarire.

Meditazione

Spesso i Vangeli ci dipingono un quadro della vita quotidiana di Gesù: predicava nei villaggi, condivideva i pasti con molte persone e dovunque portava l’annuncio evangelico, guariva i malati e scacciava i demoni. Ma il Vangelo di oggi dice molto di più. Dice che «dovunque giungeva […] ponevano i malati nelle piazze». Devono essere stati tanti. Così che Gesù non si poteva dedicare ad ognuno di loro. Bastava la frangia del suo mantello per guarirli. Chissà cosa pensavano allora i discepoli. Diamo uno sguardo ai discepoli di oggi: duemila anni dopo, in Italia i discepoli di quel Gesù Cristo si recano a Messa. Si radunano, i discepoli di oggi, per sentire la parola di Gesù e celebrare l’Eucaristia – il grande ringraziamento – per la salvezza ricevuta, partecipata da Gesù stesso ad ognuno di noi nel suo Corpo e nel suo Sangue. E i malati? Sembrano non essercene più… Qualche volta vediamo in chiesa una persona anziana, handicappata oppure più raramente qualche sedia a rotelle. O anche una zingara davanti alla porta della chiesa. I malati darebbero fastidio. “Che brutto spettacolo!” si sentì dire una volta quando entrò in chiesa una persona con il viso deturpato. Noi lasciamo i malati a casa, negli ospizi e negli ospedali. Lì si prendono cura di loro, Gesù va a visitarli… ma senza di noi. Forse ci è sfuggita una parte essenziale del Vangelo. Eppure è così semplice: quante volte ci sarà capitato di andare a trovare qualche familiare o qualche amico in ospedale. Quando andiamo portiamo un sorriso anche al compagno di stanza o a qualche altra persona del reparto che non riceve visite. Una parola gentile, la domanda se è possibile fare qualcosa… una rivista, una bottiglia d’acqua… no, certo non li guariremo con questo. Ma se lo faremo, saremmo veri discepoli di Gesù e per i malati l’attesa che Lui passi anche da loro non sarà tanto lunga. Ricordiamoci delle persone malate specialmente in questo periodo, quando, fra alcuni giorni, con tutta la Chiesa, celebreremo la giornata mondiale del malato, nella ricorrenza della memoria di Nostra Signora di Lourdes.

Preghiera:
Tanti santi, Signore, mi hanno indicato la via. Mi mostrano che c’è una strada stretta che porta in cielo. È quella sulla quale a destra e sinistra si trovano i malati e i sofferenti. Trattenendomi con loro, non mi fermo, non mi arresto, faccio invece passi da gigante per raggiungere la mia meta, per raggiungere te.

Agire:
Oggi faccio un piccolo gesto verso una persona che sta male. Se non posso andare a trovarla, di certo posso fare almeno una telefonata!


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Meditazione per Mercoledì 8 Dicembre 2010, a cura di Regnum Christi

Rallegrati, piena di grazia

Vangelo

Lc 1,26-38

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Meditazione

La festa che stiamo celebrando ci invita a leggere il vangelo dell’annunciazione per scoprire come il Signore ha operato nella vita di questa ragazza. Prima ancora di conoscere il nome della giovane, viene detto, per ben due volte, che è una vergine, e lei stessa afferma di non conoscere uomo. Un’altra caratteristica che emerge è quella di essere “promessa sposa” di un uomo della casa di Davide. In lei, dunque, si sta per compiere l’attesa del Messia legata alla realizzazione della promessa divina fatta alla casa di Davide (2Sam 7,8-16). In questa giovane donna, le attese di un popolo stanno per giungere a compimento, la promessa di Dio sta per realizzarsi, in un modo che esce dagli schemi abituali. Lungo la storia di Israele, infatti, donne sterili ormai anziane hanno ricevuto il dono della maternità, ma qui c’è qualcosa di nuovo: Maria è una ragazza e non conosce uomo. L’intervento di Dio nei suoi confronti, dunque, è qualcosa di completamente inatteso e che sorprende. Questa novità si fonda sul terzo attributo di Maria che rivela come Dio l’ha preparata a tutto questo: la “piena di grazia”. La traduzione italiana non rende pienamente la ricchezza del verbo greco: esso indica che nel soggetto è avvenuto un cambiamento che permane nel tempo. Maria, dunque, è colei che è stata non solo ricolmata, ma trasformata dalla benevolenza divina. Ecco allora che questa giovane donna non è solo una vergine, promessa sposa ad un uomo, ma è colei che Dio ha modellato e continua a modellare con il suo amore: per questo con lei può iniziare qualcosa di nuovo. L’agire divino nei suoi confronti non ha però eliminato la libertà della giovane, come rivela il titolo che Maria stessa si dà: la “serva del Signore”. Un attributo che svela come ella dia il suo assenso al progetto di Dio, ponendosi in continuità con i molti “servi di Dio” a cui, nell’Antico Testamento, il Signore ha garantito la sua vicinanza costante. L’atteggiamento di Maria è agli antipodi rispetto a quello di Adamo ed Eva. Davanti a Dio, che va loro incontro come amico, essi si nascondono proprio nel momento in cui Dio cerca di aiutarli a capire cosa hanno fatto; nessuno dei due si assume le proprie responsabilità. La giovane donna di Nazaret, invece, si lasciare toccare dalla parola del Signore e si fida di Lui. Ciò fa di lei la donna dell’ascolto e dell’obbedienza, colei che per prima vive quello che Cristo chiederà ai suoi discepoli: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).

Preghiera: «La mia parte è il Signore: ho deciso di osservare le tue parole» (Sal 119,57): con le parole del salmista, chiedo al Signore la grazia di vivere la sua parola.

Agire: Cercherò di recitare il rosario soffermandomi a contemplare i diversi misteri.

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Meditazione per Sabato 13 Novembre 2010 a cura di Regnum Christi

Il coraggio della preghiera

Vangelo


Lc 18,1-8 
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Meditazione

Il Vangelo ci presenta una donna che si trova in uno stato di grande necessità. Ha subito qualche torto e chiede giustizia contro il suo avversario. È una vedova, e questo la dice lunga, perché al tempo di Gesù, le donne vedove non contavano niente nella società ebraica. Una donna che restava vedova perdeva tutto il patrimonio, perché l’eredità passava al primo figlio maschio che poteva anche allontanarla dalla sua stessa casa. Non c’era nessuno che potesse aiutarle. È per questo che appare notevole l’ardire di questa donna che si rivolge insistentemente al giudice, nonostante la contrarietà di questi, per ottenere giustizia. Quando l’uomo si trova in condizione di grande necessità, quando si sente debole e impotente di fronte ad una situazione personale o familiare, quando non sa a chi rivolgersi perché ha ormai esaurito tutte le umane risorse, allora, in mezzo alla sua piccolezza e impotenza, arriva a Dio, giusto Giudice, che tutto può. Ma è triste che ci si ricordi di rivolgersi all’Onnipotente solo dopo aver tentato tutti i rimedi umani. Perché, invece, non ci rivolgiamo a Lui fin da subito? Gesù stesso ce l’ha assicurato: “Io vi dico che vi farà giustizia prontamente”. Perché Dio è Padre, lento all’ira e grande nell’amore, e non vuole che il nostro bene e la nostra felicità. La domanda di Gesù alla fine del brano è più che giustificata: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Non è forse vero che a volte non ricorriamo subito a Dio, alla preghiera, di fronte alle nostre difficoltà, perché abbiamo più fiducia nella scienza e nelle certezze umane che in Dio? La preghiera non è altro che parlare, dialogare con Qualcuno che ci ama, come diceva santa Teresa di Gesù. È rivolgersi a Dio amore che tutto può, e credere che Egli verrà in nostro aiuto. Ma la fede è anche fidarsi di Dio e non aspettarsi che Egli operi come noi vorremmo che operasse: perché Dio sa cosa è meglio per noi. Occorre, dunque, molta determinazione per pregare costantemente, come quella vedova che chiedeva giustizia.

Preghiera: Dammi, Signore, la grazia di aprire il mio cuore alla fede in te, nella tua potenza. Insegnami a pregare, ad accostarmi a te con la fiducia di un figlio nel Padre suo che tutto può e che desidera solo la felicità del figlio. Tu conosci la mia debolezza, e sai quanto ho bisogno della tua grazia, ecco perché oggi mi abbandono nelle tue mani e ti prego, Padre, di aumentare la mia fede.

Agire: C’è qualcosa nella mia vita che mi preoccupa? Da oggi in poi cercherò di rivolgermi a Dio ogni giorno, invocando il suo aiuto per risolvere ogni mia preoccupazione, affidando tutto nelle sue mani, accettando la soluzione che Lui vorrà, non quella che vorrei io. Incomincerò la mia preghiera dicendo: “Padre!”.

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Meditazione per Sabato 6 Novembre 2010 a cura di Regnum Christi

Dio conosce il tuo cuore

Vangelo


Lc 16,9-15 
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Meditazione

“Dio conosce i vostri cuori”. Egli sa che non gli siamo sempre fedeli nel poco, che forse abbiamo tentato di servire due padroni allo stesso tempo, e che consideriamo prezioso ciò che perisce. Egli sa tutto questo e, tuttavia, non cessa di richiamarci, attraverso la nostra coscienza, di illuminarci nel nostro intimo, di infondere nel nostro cuore il desiderio di servire soltanto Lui, e di concederci la grazia di riservare a Lui il primo posto nella nostra vita. Egli conosce i nostri cuori, sa che sono feriti dal peccato originale e personale, che a noi costa restare saldi nei nostri propositi e, però, non ci abbandona. Torna a chiamarci, ci porta nel deserto per parlare al nostro cuore e invitarci a recuperare quell’amore originale. “Dio conosce i vostri cuori”. Quanta gratitudine e fiducia suscita in noi questa verità. Dio sa bene di che fango siamo fatti e non ci abbandona alla nostra debolezza, ci viene incontro, ci accompagna, ci rialza da terra, ci invita a tornare indietro e a ricominciare. Ci ama così come siamo. Dio conosce il mio cuore. E io, lo conosco il Suo cuore che è stato trafitto per amor mio? Conosco l’amore che nasconde dietro di sé la croce di Cristo? Egli è arrivato alla croce perché conosceva bene la mia fragilità. Appeso alla croce ha meritato per me tutte le grazie affinché io, nell’amministrare i suoi doni, rimanga fedele nel poco e nel molto.

Preghiera: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri (…). Nemmeno le tenebre per te sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno; per te le tenebre sono come luce. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia (dal Salmo 138).

Agire: Cercherò di vedere gli altri come li vede e li conosce Dio. Reagirò come Gesù, perdonando le debolezze altrui.


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TEST - Ignore it

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Meditazione sulla Parola di Lunedì 12 Aprile, di Regnum Christi

Vangelo

Gv 3,1-8

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi gesti che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spirito è Spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».

Meditazione

Gesù però non rimane sul piano che Nicodèmo aveva scelto per la discussione. Non vuole parlare dei segni esteriori che riesce a compiere, ma porsi su un piano diverso. «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Frase difficile e certo non immediatamente comprensibile. Nicodèmo, infatti, non comprende che c’è da fare un salto di qualità. Non si tratta quindi di segni esteriori, ma di un cambiamento molto più radicale, tanto che Gesù lo chiama “rinascita”. Nicodèmo cerca una prova. Cerca di comprendere i segni che, evidentemente è riuscito a cogliere. Ha una buona capacità di osservazione e non è affatto contrario alla fede. Ma è una fede che si nutre di eventi esteriori, di segni visibili, di precetti e di parole che danno spiegazioni. Gesù mostra un’altra realtà, completamente diversa da quella che conosce Nicodèmo. È fatta di fiducia in Lui, tanto da morire con Lui – come dirà San Paolo nella lettera ai Romani – per risorgere alla vita nuova che dà, essa sola, la possibilità di vedere il Regno di Dio. Quindi, per vedere realmente, Nicodèmo deve lasciare la via che è esclusivamente razionale, le discussioni alla quali è abituato, i grandi eventi nei quali è facile cantare lode a Dio. Non sono soltanto i “gesti” che fanno comprendere la via che Gesù mostra. Non basta riconoscere in Gesù “un grande”. Non basta vedere nella dottrina cristiana una cosa “accettabile” o “sensata”. Questo è solo l’inizio. Per vedere quel Regno che ci è stato promesso, serve una vita nuova. È un cambiamento radicale e totale,  una nuova nascita e quindi la morte di quella persona che cerca di comprendere tutto. Ora si tratta di farsi guidare dallo Spirito, non di guidare noi stessi con i nostri ragionamenti puramente umani. Nicodèmo avrebbe dovuto solo fidarsi di Gesù. Abbandonare le sue conoscenze, i suoi concetti e convincimenti. Unirsi a Cristo, abbandonarsi nelle sue mani e così, per l’acqua e lo Spirito, rinascere realmente alla vera vita.

Preghiera

Vieni, Santo Spirito manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto; ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto. O luce beatissima, invadi nell’intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza nulla è nell’uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna.

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Come valutare senza peli sulla lingua l’epoca del cardinale Camillo Ruini alla presidenza della Conferenza Episcopale Italiana

Camillo Ruini

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Ci siamo fatti una certa idea della pluridecennale presidenza ruiniana della Conferenza episcopale italiana. A volerla riassumere alla guareschiana, potrebbe suonare così: “Ruini, don Camillo ma non troppo”. Per dire che il cardinale di Sassuolo, provincia di Modena e diocesi di Reggio Emilia, come il celebre omonimo letterario ha incontrato i suoi Pepponi, ma che le schermaglie non sono sempre finite in gloria come invece accade a Mondo piccolo. Il don Camillo che è stato al vertice della Cei dal 1986 al 2007, prima come segretario generale e poi come presidente, ha il merito indiscutibile della messa in mora del progressismo cattolico. L’operazione deve ancora concludere il proprio corso, ma è inesorabilmente avviata e comporta un inequivocabile segno più nel bilancio di fine mandato del cardinale. Per fugare ogni dubbio, basti pensare alle uscite biliose di una Rosy Bindi e di un Pierluigi Castagnetti in ritiro a Bose o quelle di un Alberto Melloni atterrito da ciò che definisce “ruinismo-leninismo”. Se si pensa a che cosa era la chiesa italiana degli anni Settanta, si deve riconoscere che oggi potremmo stare molto peggio se il ruinismo non avesse tentato una certa normalizzazione.

Ruini comprese presto che la chiesa italiana era minata dal cattocomunismo dossettiano, la dottrina secondo cui il radioso destino dell’umanità consisterebbe nell’incontro di un cattolicesimo un po’ meno cattolico con un comunismo un po’ meno comunista. Teoria che, quando si trasforma in prassi, produce sempre l’incontro tra un cattolicesimo molto meno cattolico e un comunismo perfettamente comunista. Senza rischiare troppo di essere generosi, si può pure ipotizzare che il cardinale vide nel dossettismo il figlio primogenito dell’idea di Jacques Maritain secondo cui, morta la cristianità, bisognerebbe pensare a una nuova forma di presenza cristiana nel mondo. La soluzione del filosofo di Umanesimo integrale stava nella bifida invenzione dei due assoluti: “l’assoluto di quaggiù, ove l’uomo è Dio senza Dio, e l’assoluto di lassù dove Dio è in Dio”. Come scrisse padre Antonio Messineo, secondo Maritain, “sul piano della storia non opererebbe il Cristianesimo in quanto religione rivelata e trascendente, non il Vangelo nella sua purità originaria di parola divina trasmessa all’uomo, non l’ordine della Grazia e delle realtà superiori in esso contenute, ma un cristianesimo e un Vangelo vuotati del loro contenuto originale e naturalizzati, temporalizzati”. Da qui, la necessità di dar vita a una “cristianità profana” da contrapporre alla “cristianità sacrale” ormai superata. Un’opera pratica “da realizzare in spirito di amicizia fraterna fra i componenti delle varie famiglie spirituali presenti nella società”. Per fare ciò, quali migliori compagni di strada dei comunisti, ritenuti dei cugini un po’ eretici ma riconducibili all’ovile? Gli effetti sul mondo cattolico di questa netta separazione tra natura e sopranatura si sono mostrati devastanti, sia ab intra sia ad extra. Abbandono della pratica religiosa, calo di vocazioni, anarchia e rivolta antigerarchica ab intra, cui ha fatto da pendant, ad extra, la progressiva ininfluenza cattolica nella società. Dal canto suo, il presidentissimo della Cei si rese conto che l’abbraccio con il cattolicesimo democratico avrebbe avuto esiti mortali. E che il male era già molto progredito nel corpo ecclesiale, coinvolgendo la forma mentis di molti vescovi e di molte curie, abituati ormai a ragionare e ad agire “etsi Papa non daretur”. La risposta ruiniana a tale situazione si concretizzò in una granitica lealtà al Pontefice e nel commissariamento della Cei avviato sotto Giovanni Paolo II. Don Camillo, quello di Sassuolo, ebbe carta bianca e, di punto in bianco, un episcopato abituato a rispondere solo a se stesso o, al più, alla linea dettata dal cardinale Martini nel ruolo di Grande Antagonista, capì che la ricreazione era finita. Ma qualcosa non ha funzionato a dovere.
Oggi, due decenni dopo, Carlo Maria Martini continua a essere il Grande Antagonista a capo di una chiesa che poco o nulla vuole avere a che fare con Roma. Basta fare un giro per le parrocchie della penisola per trovare parroci, curati, catechisti e catecumeni orgogliosi di essere portatori di un pensiero “altro” rispetto a quello del Papa. “Caro don Tal dei Tali”, si è sentito dire dai catechisti un sacerdote di fresca nomina in parrocchia, “guardi che qui insegniamo che tutti i metodi per la contraccezione sono buoni e lei non si sogni nemmeno di dire il contrario. Il Papa dica quel che vuole e noi facciamo quel che vogliamo”. Sono innumerevoli le parrocchie italiane nelle quali si susseguono episodi analoghi sul piano della dottrina, della morale, della liturgia. Ed è qui che il modello ruiniano mostra la corda: il divorzio tra Roma e la periferia, il “federalismo dottrinale”, la forbice sempre più ampia tra magistero e predica domenicale, tra Evangelium vitae e singole facoltà teologiche sono cronaca di oggi come, e forse più, di vent’anni fa. Tutti fenomeni che il commissariamento della Cei non ha saputo contrastare. Se, a lungo andare, una malattia non passa, significa che il medico si è occupato dei sintomi invece che delle cause. Allarmato dalle sbandate del suo episcopato, il presidente della Cei ha scelto una cura squisitamente pragmatica, anzi empirica, riassumibile in due postulati: primo, la conferenza detta la linea, e ogni vescovo si adegua e tace, secondo, la linea è più importante della dottrina. Risultato: la febbre ora si vede forse di meno, ma c’è esattamente come prima. Basta pensare alla rivolta pressoché generale dei vescovi in occasione del Motu proprio con cui Benedetto XVI ha ridato piena cittadinanza alla liturgia antica: la Cei avrebbe potuto e dovuto ricordare ai vescovi il loro giuramento di fedeltà al Papa, ma non disse nulla, assistendo impassibile allo scisma strisciante della diocesi di Milano, che dichiarò non applicabile il documento pontificio aggrappandosi al cavillo del rito ambrosiano. Il vero problema sta nel fatto che la crisi del cattolicesimo italiano non è solo politica, ma innanzitutto dottrinale. Messa fra parentesi la dottrina per manifesta irrilevanza e ridotto al silenzio l’episcopato sul versante propriamente ecclesiale, si è ottenuto di spingere ulteriormente i vescovi, singolarmente o in gruppo, verso l’unica ribalta che potesse dar loro lustro, la politica.
Una deriva a cui non ha posto argine l’altra idea che ha segnato l’era di Ruini alla guida della Cei, il “Progetto culturale” varato nel 1997. Un disegno faraonico che avrebbe dovuto riconquistare il popolo cattolico alla gerarchia e il mondo alla chiesa, ma che, invece, si palesa come una kermesse continua di iniziative dai contenuti equivoci. Basti pensare che le vere star del “Progetto culturale” si chiamano Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Enzo Bianchi, Edoardo Boncinelli. Oppure che, nonostante le oltre duecento radio del circuito InBlu sovvenzionate dal “Progetto”, per trovare una programmazione radiofonica cattolica 24 ore su 24, bisogna sintonizzarsi su Radio Maria. Per non parlare di Sat 2000, una tv dal dimenticabile, e dimenticato, palinsesto fatto con le repliche delle fiction sui santi prodotte dalla Lux e già passate su Raiuno e che per giunta irradia via satellite verso un popolo cattolico che ignora quasi totalmente l’esistenza delle parabole. Se oggi, dopo 13 anni di elaborazione, si va sul sito del “Progetto culturale” si trovano affermazioni come le seguenti: “A che serve tutto questo? A costruire, con le categorie di oggi, una visione del mondo cristiana, consapevole delle proprie radici e della propria pertinenza sulle questioni vitali e fiduciosa circa le proprie potenzialità nel dialogo con la cultura contemporanea”. “Creare una nuova enciclopedia cattolica? No: si tratta di riconoscere le sfide cruciali che la cultura pone oggi alla fede. Proprio raccogliendo queste sfide la fede esprime la sua energia creativa e alimenta il rinnovamento dell’uomo e della società. Se si punta infatti a definire tutto, ad avere l’inventario dei contenuti per poi svilupparli uno a uno il rischio è quello della paralisi. Se, al contrario, cerchiamo di abitare le questioni che concretamente sono di fronte a noi, allora ci mettiamo in condizione di proporre stili di vita cristiani praticabili e plausibili. Insomma, i contenuti del progetto culturale non sono e non saranno un’enciclopedia, piuttosto il frutto di un cammino quotidiano di traduzione del Vangelo nella vita”. Viene da chiedersi dove si possa arrivare con un simile linguaggio burocratico-piacione che sa dire solo un “No” deciso e lo grida contro l’idea di “una nuova Enciclopedia cattolica”. Quella vecchia, detto per inciso, la si può trovare a prezzi stracciati in liquidazione nei seminari della Penisola.
Non è questa la strada per riportare il cristianesimo al centro dello spazio pubblico e misurarsi con il mondo. Se non si ripiglia in mano la questione dottrinale, se non si torna ai fondamenti della fede, non si potrà mai pensare a un progetto di presenza culturale nella società. Il cattolico medio, oggi, non solo non è in grado di esporre decentemente le ragioni della propria fede, ma non sa esporre, neanche indecentemente, la propria fede. Anzi, facilmente mostrerà con orgoglio dubbi sostanziali sugli articoli del “Credo”, che pure recita ogni volta che va a Messa. Così, gettato nella mischia privo di dottrina, il mondo cattolico ha finito per muoversi sull’unico piano in cui, almeno in apparenza, la dottrina non gli sembrava fondamentale: la politica. E qui si è creato il cortocircuito in cui l’opera ruiniana ha fatto da conduttore. Piuttosto che lasciare spazio ai singoli, si è pensato fosse meglio che delle questioni politiche si occupasse direttamente l’apparato. E la Cei è divenuta vero e proprio attore politico finendo per mediare sui valori. Non poteva andare diversamente visto che qualsiasi controparte, in una mediazione, mette in gioco ciò che possiede. [..] Perché il ruinismo è anche questo: un trionfalismo senza fondamento vagheggiante un’Italia immaginaria che sarebbe ritornata “pro life” e “per la famiglia”, e che invece, nella realtà, si dibatte nel medesimo processo di secolarizzazione che affligge tutto il mondo. Qui, quella che molti hanno definito la “genialità politica” di Ruini mostra tutti i suoi limiti, in primis quello di servirsi della politica per amministrare alla meno peggio la realtà invece che tentare di ri-cattolicizzarla. Limite che, a ben guardare, ripropone lo schema dossettiano della separazione tra piano della natura e piano della Grazia.
Ecco perché, per tornare simmetricamente all’inizio di queste riflessioni, il don Camillo della Cei si discosta da quello di Guareschi. Quando Peppone e i suoi vogliono impedirgli di andare in processione a benedire il Po, lui si avvia verso il fiume seguito solo da un cagnetto e, una volta trovatasi davanti la banda comunista al completo, cava il Crocifisso dalla cinghia e lo brandisce come una clava. Poi, recita questa preghiera: “Gesù, se in questo sporco paese le case dei pochi galantuomini potessero galleggiare come l’arca di Noè, io vi pregherei di far venire una tal piena da spaccare l’argine e da sommergere tutto il paese. Ma siccome i pochi galantuomini vivono in case di mattoni uguali a quelle dei tanti farabutti, e non sarebbe giusto che i buoni dovessero soffrire per le colpe dei mascalzoni tipo il sindaco Peppone e tutta la sua ciurma di briganti senza Dio, vi prego di salvare il paese dalle acque e di dargli ogni prosperità”. Ora, direttore, ci dirai che siamo ben originali a proporre una pastorale di tal guisa all’epoca del dialogo. Ma noi ti possiamo dire che qualche prete alla don Camillo di Mondo piccolo c’è ancora e ognuno può raccontare per le loro storie di evangelizzazione un finale che somiglia molto a quello che andiamo a trascrivere: “Amen - disse dietro le spalle di don Camillo la voce di Peppone. - Amen, risposero in coro, dietro le spalle di don Camillo, gli uomini di Peppone che avevano seguito il Crocifisso. Don Camillo prese la via del ritorno e, quando fu arrivato sul sagrato e si volse perché il Cristo desse l’ultima benedizione al fiume lontano, si trovò davanti: il cagnetto, Peppone, gli omini di Peppone e tutti gli abitanti del paese. Il farmacista compreso che era ateo ma che, perbacco, un prete come don Camillo che riuscisse a rendergli simpatico il Padreterno non lo aveva mai trovato”. I non pochi don Camillo di oggi dicono che questo metodo funziona ancora. Si chiama Regalità sociale di Cristo e, come si è visto, riesce a trovare a ciascuno il suo posto, persino al farmacista ateo.

Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Fonte: Il Foglio, 18 Febbraio 2010

La battaglia di padre Amorth: Le tecniche pericolose della pranoterapia

Diventa ora più semplice comprendere come la guarigione che proviene dal diavolo ha lo scopo di generare confusione in vista di un male più grande e non ha nulla in comune con il carisma della guarigione: “… a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito”. ( 1 Cor. 12,9). Questo dono che Dio fa gratuitamente, è accompagnato dai doni della fede e della compassione ed è esercitato solo in un ambiente di preghiera, durante il quale si loda Dio, ci si offre al Signore come canali di misericordia attraverso la quale Egli – per mezzo dello Spirito Santo – passa per raggiungere e guarire gli ammalati. 


La pranoterapia 
Generalmente coloro che praticano questa terapia hanno nella loro sto ria personale o in quella dei loro genitori, collegamenti con la magia, lo spiritismo, etc. Per chi non lo sapesse, la pranoterapia è nata in seno al tan trismo come pratica magica per ottenere la guarigione dei malati tramite il prana che significa soffio vitale che il dio del vento Voyù della religione indù, avrebbe donato ai suoi seguaci. Il fatto che tanti credono a queste sciocchezze mitologiche è la prova dell’accecamento spirituale in cui tanti si trovano e profetizzato da San Paolo: “Verrà il tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Timoteo 4,3-4).Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, 4 rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. 5 Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero.

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ABORTO: in Spagna primo sì all’aborto di massa

CR n.1123 del 26/12/2009 

Il 17 dicembre il Congresso dei deputati spagnoli ha approvato a larga maggioranza il disegno di legge che depenalizza l’aborto. La nuova legge prevede la possibilità di abortire liberamente anche per le minorenni entro la 14esima settimana di gestazione; le adolescenti avranno tuttavia “l’obbligo” di informare i loro genitori a meno che le stesse dichiarino di non poterlo fare a causa di tensioni in famiglia (sic!). 

L’aborto sarà inoltre possibile fino alla 22esima settimana in caso di rischi per la salute della madre o di malformazione del feto. La nuova legge prevede una limitazione del diritto all’obiezione di coscienza che sarà possibile solo per i medici che praticano direttamente l’intervento ed introduce l’obbligo di approfondire e studiare le tecniche abortive nelle università di medicina e le scuole di infermieri. Il documento passerà ora all’esame del Senato per l’eventuale e purtroppo probabile approvazione definitiva. 

La natura perversa delle modifiche apportate all’attuale (e comunque omicida) legislazione vigente mette in evidenza la logica malvagia che sottende il disegno di morte portato avanti dal premier socialista. L’obiettivo infatti non è semplicemente quello di depenalizzare l’aborto ma di promuoverne il più possibile la diffusione; i socialisti di Zapatero mirano a far sì che l’aborto diventi un dovere sociale. Le limitazioni alla obiezione di coscienza previste nella nuova legge vanno esattamente in questa direzione. D’altra parte, così come il diritto all’istruzione ha portato all’obbligo scolastico, allo stesso modo il riconoscimento giuridico del diritto all’aborto conduce inevitabilmente alla negazione per legge del suo contrario, ossia del diritto alla vita. 

Non rappresenta uno scenario fantascientifico immaginare un prossimo futuro in cui potrebbe essere reso obbligatorio il ricorso all’aborto in caso di gravidanza indesiderata o al di fuori degli schemi socio culturali previsti, soprattutto per i minori. 

Mentre i “grandi” del mondo si affannano per cercare soluzioni efficaci al presunto riscaldamento della terra che minaccerebbe la sopravvivenza del genere umano, gli adepti del demonio compiono passi da gigante nel tentativo di portare l’umanità all’autodistruzione.

(fonte: Corrispondenza Romana)